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mercoledì 4 gennaio 2012

Treni, razzismo ad Alta velocità




Ma sì, in fondo è solo pubblicità, non facciamone un dramma. Si sa come sono i creativi, a volte più ispirati, a volte invece sono loro a ispirare una rima quasi baciata.
Come nel caso della campagna di marketing per il Frecciarossa (leggi anche l'articolo pubblicato su Economiaweb.it), il famoso treno che - tanto per scialare in formule precotte - ci mette al passo col resto del mondo, anche se ogni tanto il passo sembra segnarlo: ma così, roba da poco, come quella volta che, il 5 febbraio dell'anno scorso, in 400 rimasero fermi sulle rotaie di Lodi per due ore, finché un altro convoglio non arrivò pietosamente a salvarli.
O l'altra volta, a Firenze, nel mese di settembre, quando tutti i passeggeri rimasero imprigionati per un guasto alla rete elettrica per più d'un'ora, in un incubo a metà tra l'incazzato e il paranoico. Che vuoi che sia, l'importante è che Frecciarossa sia il treno dei vip, dei manager e, volendo, anche della gente comune, basta che ciascuno stia al suo posto.
SEGREGATI IN CARROZZA. Recita infatti la brochure del supertreno: «Per un viaggio con la velocità, la sicurezza e le dotazioni tecnologiche del Frecciarossa a prezzi competitivi. Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive». Praticamente quelli standard sono viaggiatori operai, equiparati ai pendolari e agli extracomunitari.
E lo avevamo capito, che le classi erano abolite in luogo delle nuove dizioni manageriali chiamate premium, business, executive, col linguaggio vagamente imbonitorio delle pay tivù. Però che una simile neolingua nascondesse insidie classiste più che coi famigerati numerini, questo no, non l'avevamo considerato.

Standard, Premium, Business ed Executive: a ogni posto la sua classe sociale

Ma fosse solo questo: il divieto della promiscuità in compartimenti diversi (e vagamente stagni), ci potrebbe anche stare: Dio solo lo sa il casino che è sempre successo (e continua a scoppiare) nei treni normali, i vecchi sudici Intercity dove la prenotazione è un'opinione, chi prima arriva meglio alloggia e poi per farlo sloggiare ci vuole un duello all'arma bianca.
Italiani siamo, c'è tutta una consolidata casistica che conferma quanto i viaggiatori considerino il treno «non» come casa propria: nel senso che non si permetterebbero mai comportamenti così osceni e devastanti.
Quindi, se sul Frecciarossa, treno manageriale, dove si possono incontrare cantanti, giornalisti, politici e banchieri, s'impone un minimo di ordine, non è questa gran tragedia.
Il guaio è che il tono aspro, draconiano, non sembra così casuale, ricorda piuttosto un lapsus alla luce delle immagini che corredano il soffietto pubblicitario. Perché quelle sì che illustrano come meglio non si potrebbe (si fa per dire) le chiare intenzioni dell'azienda. Chiare, proprio così.
A scendere, l'executive class effigia un paio di Cav. Gran. Comm. Lup. Mann., insomma direttori galattici. A scendere, la business è (chissà perché) vuota.
La premium trasporta a sua volta un paio di personaggi meno in vista, ma comunque di potere, di medio comando, a giudicare da come vengono serviti e riveriti dalla hostess: diciamo due direttori laterali, insomma.
Ma la vera libidine, il dulcis di Trenitalia, sta proprio in fundo, nella standard class: e qui si vede un'allegra famiglia di colore, sorridono di denti bianchissimi, puro avorio, si vede che sono felici di essersi integrati in Italia: senza esagerare, però, la classe ferroviaria va pur sempre rispettata e allora il messaggio di cui sopra, che i passeggeri non possono miscelarsi, a questo punto assume sfumature lievemente sinistre.
CAMPAGNA GROTTESCA. Che, ne siamo certi, non rivestono in alcun modo le intenzioni di chi ha partorito una simile campagna: geniale se l'avessimo vista in un film grottesco di Fantozzi, sconcertante (e deprimente) in una comunicazione istituzionale. Fortuna che le “class” del Frecciarossa si fermano lì: non osiamo immaginare che cos'altro avrebbe riservato la brochure, magari un carro bestiame.
Per dirla tutta, non è razzismo: è una cavolata, ma di quelle grosse. Ah, se lo sapesse George Jefferson, l'irresistibile lavandaio del telefilm degli Anni '80: già ci sembra di sentirlo tuonare: «Chi è il biancaccio che ha concepito una campagna così stupida???». Speriamo che rimedino, magari proponendo anche un Freccianera.

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